L’esperienza di una mamma con la piattaforma Pathway Companion
Per molte famiglie, il momento dei compiti è uno spazio delicato: un equilibrio continuo tra supporto e autonomia, tra incoraggiamento e fatica. È da qui che parte l’esperienza di Z., che ha scelto di partecipare alla sperimentazione di Pathway Companion, la piattaforma per l’apprendimento inclusivo sviluppata dalla Fondazione Mondo Digitale ETS con il supporto di Google.org e in collaborazione con la Fondazione Don Gnocchi, l’Università degli Studi Roma Tre e ITLogiX. La piattaforma è pensata per accompagnare studenti tra gli 8 e i 16 anni con Bisogni educativi speciali. Ma la sua forza emerge quando coinvolge l’intero ecosistema educativo.
Mamma di L., alunno della seconda classe della secondaria di primo grado, Z. ha intravisto nella piattaforma una possibilità concreta: non solo uno strumento tecnologico, ma un alleato per accompagnare il figlio, con una alcune difficoltà nell'apprendimento, verso una maggiore indipendenza nello studio.
“Ho scelto di partecipare per mio figlio, perché ho pensato che potesse essere utile imparare a usare uno strumento che mi aiutasse nell’aiutare lui, per poi farlo lavorare in autonomia”.
Uno strumento che sostiene, senza sostituire
Nel percorso di L., Pathway Companion si è rivelato utile nelle materie teoriche, dove organizzare le informazioni e costruire un discorso coerente può diventare complesso. La piattaforma ha permesso un uso graduale: prima insieme, poi sempre più in autonomia. Ed è proprio questo il passaggio chiave. Non sostituire lo studente, ma accompagnarlo nel trovare un proprio metodo. Non sono mancate, tuttavia, anche alcune osservazioni critiche.
Ascoltare per migliorare: la forza della co-progettazione
Ogni sperimentazione è anche un momento di ascolto. E il contributo di Zamaira offre indicazioni preziose per l’evoluzione della piattaforma. Un primo aspetto riguarda la gestione dei materiali: per studenti della scuola secondaria, che lavorano su testi lunghi e più capitoli contemporaneamente, la possibilità di caricare contenuti multipli renderebbe l’esperienza ancora più fluida. Ma il punto più interessante riguarda le mappe concettuali. Per molti studenti con Bes o Dsa, la sola parola chiave non basta: serve un ponte tra i concetti, una traccia discorsiva che li aiuti a trasformare lo schema in esposizione orale. “La mappa dovrebbe creare anche un minimo di discorso… sarebbe utile estrapolare il concetto principale, ma costruendo anche un piccolo collegamento tra un paragrafo e l’altro”.
È un suggerimento che va oltre la funzione tecnica: richiama una visione pedagogica precisa. Le tecnologie educative non devono solo sintetizzare, ma facilitare la costruzione del pensiero.
Un linguaggio comune tra scuola e casa
Un altro tema centrale emerso dall’intervista è quello della continuità. Perché l’autonomia si consolidi, serve coerenza tra ciò che accade a scuola e ciò che si fa a casa. Utilizzare strumenti condivisi, con un metodo riconosciuto anche dai docenti, può rendere il percorso più semplice e meno frammentato. L’esperienza di Z. ci ricorda che l’innovazione funziona davvero quando crea alleanze: tra studenti e genitori, tra scuola e famiglia, tra tecnologia e pedagogia.