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Voci e volti dei docenti della scuola del noi

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Voci e volti dei docenti della scuola del noi

Paolo Aghemo: “Umanizzare la tecnologia attraverso la cooperazione”

In questa nuova puntata di Voci e volti dei Docenti della Scuola del Noi incontriamo Paolo Aghemo, docente e formatore impegnato da oltre trent’anni nell’innovazione didattica e nell’uso educativo delle tecnologie digitali. La sua esperienza attraversa scuola primaria, università e formazione dei futuri insegnanti, costruendo un ponte tra ricerca, pratica didattica e innovazione sociale. Nelle sue parole, il docente non è un trasmettitore isolato di conoscenze, ma il nodo di una rete capace di mettere in relazione generazioni, discipline e contesti diversi. 
La comunità dei Docenti della scuola del noi diventa così uno spazio di confronto e contaminazione in cui l’innovazione non è un elemento accessorio, ma una componente strutturale della pedagogia. Un luogo dove condividere dubbi e sperimentazioni, progettare attività cooperative e trasformare il digitale in uno strumento di cittadinanza, inclusione e partecipazione. Al centro della riflessione di Paolo c’è la responsabilità del docente nell’era dell’intelligenza artificiale: aiutare gli studenti non soltanto a usare gli strumenti, ma a porre le domande giuste, valutare le fonti e sviluppare pensiero critico, creatività ed empatia. Perché, davanti a risposte sempre più immediate, la scuola è chiamata soprattutto a coltivare consapevolezza.


L'INTERVISTA

Quale bisogno professionale o personale ti ha spinto ad entrare nella comunità dei docenti della Scuola del Noi?
Il bisogno fondamentale è stato quello di trovare uno spazio di contaminazione e confronto autentico. Chi si occupa di innovazione didattica e tecnologie digitali da molti anni – nel mio caso fin dalla metà degli anni '90 – rischia a volte l'isolamento all'interno del proprio contesto scolastico. Sentivo la necessità professionale di dialogare con una comunità che parlasse la mia stessa lingua, dove l'innovazione non fosse vista come un "optional", ma come un elemento strutturale della pedagogia d'avanguardia.

In che modo partecipare alla comunità ha cambiato il tuo modo di guardare al tuo ruolo di docente?
Ha rafforzato la mia convinzione che il docente non debba essere un trasmettitore isolato di sapere, ma un nodi di una rete complessa. Partecipare attivamente mi ha spinto a guardare al mio ruolo in un'ottica sempre più intergenerazionale: non formo solo i bambini della mia classe, ma porto lo spirito della comunità anche nella formazione dei futuri maestri universitari, creando un ponte diretto tra la ricerca accademica, la pratica scolastica e l'innovazione sociale.

Qual è, secondo te, l’obiettivo più importante della Scuola del Noi?
L'obiettivo più alto è l'umanizzazione della tecnologia attraverso la cooperazione. La Scuola del Noi riesce a scardinare l'idea del digitale come mero strumento tecnico, trasformandolo in un abilitatore di cittadinanza, inclusione e intelligenza collettiva. Lavorare per il "Noi" significa proprio questo: mettere le competenze del singolo a servizio della crescita democratica della comunità educante.

In che modo il progetto ti aiuta a preparare i tuoi studenti al presente, non solo al futuro?
Spesso si dice che prepariamo gli studenti "per il mondo di domani", ma i bambini vivono qui e ora. La Scuola del Noi offre stimoli per progettare una didattica attiva (penso al podcasting o al digital storytelling) che permette agli alunni di abitare il presente in modo critico. Li aiuta a comprendere i media digitali non come passivi consumatori, ma come autori consapevoli e cittadini attivi già nel contesto attuale.

Hai modificato una pratica didattica grazie alla comunità?
Più che stravolgerla, la comunità ha ampliato il mio orizzonte di sperimentazione, in particolare nell'apertura dei progetti verso l'esterno. Grazie agli stimoli della Scuola del Noi, ho potenziato l'integrazione di metodologie cooperative e di Service Learning nelle mie attività, coinvolgendo anche ex studentesse, studenti laureati e colleghi in percorsi verticali in cui la tecnologia diventa un mezzo per risolvere problemi reali del territorio.

Quanto conta poter condividere dubbi e sperimentazioni con altri docenti?
Conta moltissimo: è la chiave della formazione continua. La sperimentazione senza condivisione rischia di rimanere un esercizio di stile autoreferenziale. Poter esporre i propri dubbi in un ambiente non giudicante, ma accogliente e propositivo, permette di validare le pratiche, correggere il tiro e co-progettare soluzioni didattiche più efficaci e sostenibili.

Ti senti più preparato ad affrontare temi complessi come IA, digitale, cittadinanza?
Sì, decisamente. Nonostante i miei anni di specializzazione ed e-learning, l'evoluzione di temi come l'Intelligenza Artificiale richiede un aggiornamento costante che non può essere solo teorico. La comunità offre quel quadro critico e pedagogico necessario per non subire passivamente l'innovazione tecnocentrica, declinandola invece in percorsi di cittadinanza digitale ed etica computazionale adatti alla scuola.

Che tipo di scuola vuoi contribuire a costruire?
Voglio contribuire a costruire una scuola aperta, inclusiva, laboratoriale e connessa. Una scuola che non abbia paura del cambiamento, capace di valorizzare la creatività infantile (anche attraverso i nuovi media) e che sappia formare insegnanti riflessivi, capaci di coniugare la solida tradizione pedagogica con le sfide della transizione digitale.

Che responsabilità senti oggi come docente nell’era dell’IA?
Sento la responsabilità di essere un mediatore critico. In un'epoca in cui l'IA può generare risposte istantanee, il mio compito come docente è insegnare a porre le domande giuste, a sviluppare il pensiero divergente, l'empatia e la valutazione delle fonti. La sfida è far comprendere che l'algoritmo non sostituisce l'umano, ma richiede un supplemento di consapevolezza etica e pedagogica.

Se la Scuola del Noi non esistesse, cosa mancherebbe nel tuo percorso?
Mancherebbe un importante polmone di ossigeno professionale. Senza questa rete, il mio percorso di formatore e tutor sarebbe più povero di stimoli esterni e di occasioni di networking reale. Mancherebbe quell'anello di congiunzione fondamentale che mi permette di far dialogare la scuola primaria, l'università e il mondo del terzo settore tecnologico incarnato da Fondazione Mondo Digitale.

Cosa diresti a un docente che pensa di “non avere tempo” per entrare in una comunità?
Gli direi che la comunità non toglie tempo, ma ne restituisce il valore. Spesso si perde molto più tempo a cercare soluzioni da soli o a replicare dinamiche didattiche obsolete che non funzionano più. Entrare in una comunità significa ottimizzare gli sforzi, trovare risorse pronte, condividere il carico e, soprattutto, ritrovare quella motivazione e quell'entusiasmo che sono il miglior antidoto al burnout professionale.

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