Elisabetta Nanni: "la comunità aiuta a sviluppare uno sguardo più critico"
Dopo la prima testimonianza, la rubrica Voci e volti dei Docenti della Scuola del Noi continua con una nuovo contributo che aiuta a leggere da vicino il valore della comunità professionale. Dalle parole dell’intervistata emerge con forza il bisogno, condiviso da molti insegnanti, di non affrontare da soli la complessità della scuola contemporanea, tra innovazione didattica, intelligenza artificiale, cittadinanza e inclusione. Una riflessione che restituisce il senso più profondo della Scuola del Noi: fare della collaborazione non un principio astratto, ma una pratica concreta di crescita professionale.
La protagonista della seconda intervista è Elisabetta Nanni, insegnante di musica e formatrice.
Quale bisogno professionale o personale ti ha spinto ad entrare nella comunità dei docenti della Scuola del Noi?
Il bisogno di uscire da una dimensione di lavoro individuale che, nella scuola, rischia concretamente di diventare isolamento professionale. Non è una sensazione astratta: è quella che si prova quando si torna in sala professori dopo una lezione in cui è successo qualcosa di interessante, e non c'è nessuno con cui elaborarlo davvero. In un momento storico in cui la complessità è aumentata, tra digitale, intelligenza artificiale, nuove indicazioni ministeriali, bisogni educativi sempre più articolati, sentivo la necessità di un confronto autentico, non di una chat veloce tra una campanella e l'altra. Non cercavo soluzioni rapide o ricette pronte. Cercavo uno spazio di pensiero condiviso, in cui fosse possibile stare dentro la difficoltà senza la pressione di dover già avere le risposte. A livello personale, poi, c'era anche qualcosa di più profondo: il bisogno di ritrovare senso. Capire in che direzione sta andando la scuola, e quale può essere oggi il mio contributo come docente, dopo quasi quarant'anni di insegnamento, in un contesto che è cambiato radicalmente.
In che modo partecipare alla comunità ha cambiato il tuo modo di guardare al tuo ruolo di docente?
Ha reso più esplicita una trasformazione che probabilmente era già in atto dentro di me, ma che faticava a trovare le parole giuste. Oggi mi percepisco sempre più come progettista di ambienti di apprendimento. Non è solo un cambio di terminologia: è un cambio culturale. La comunità aiuta a mettere a fuoco il valore del processo, non solo del prodotto finale. Si dà maggiore centralità alle domande aperte, alle occasioni di riflessione, ai momenti di pausa in cui si costruisce senso. Questo cambia concretamente il modo di stare in classe: più ascolto, più apertura all'imprevisto, più intenzionalità nelle scelte metodologiche.
Qual è, secondo te, l'obiettivo più importante della Scuola del Noi?
Costruire una cultura professionale condivisa. Non si tratta solo di "fare rete", un'espressione che rischia di restare vuota, ma di sviluppare un linguaggio comune, una visione educativa che metta al centro la collaborazione, la responsabilità reciproca e la consapevolezza del proprio ruolo. La Scuola del Noi è uno spazio in cui si prova davvero a superare l'idea di docente come figura isolata, ognuno chiuso nella propria aula, nella propria disciplina. È uno spazio in cui si lavora per una scuola realmente comunitaria e la parola "realmente" è importante, perché la dimensione comunitaria spesso viene dichiarata ma raramente praticata. Qui,invece viene praticata.
In che modo il progetto ti aiuta a preparare i tuoi studenti al presente, non solo al futuro?
Sposta il focus dalle competenze "da acquisire un giorno" alle esperienze da vivere adesso. Questa è la differenza che sento più forte. Preparare al presente significa offrire agli studenti strumenti per leggere ciò che li circonda già oggi. Non si tratta di anticipare scenari futuri, ma di costruire capacità interpretative nel qui e ora. Anche l'uso dell'intelligenza artificiale, in questo senso, non è un esercizio sul futuro: è una pratica quotidiana di interrogazione del reale. Chi ha prodotto questo contenuto? Come è stato generato? Cosa mi comunica, e perché?
Hai modificato una pratica didattica grazie alla comunità?
Sì, soprattutto nella fase di progettazione. Ho iniziato a costruire attività meno lineari e più aperte, in cui gli studenti possono avere davvero un ruolo attivo nella costruzione del significato non solo nel completare un compito assegnato. Cambiano completamente la dinamica: gli studenti smettono di aspettare la risposta dell'insegnante e cominciano a costruirne una propria. Anche il mio uso dell'intelligenza artificiale è cambiato: non come scorciatoia per produrre qualcosa velocemente, ma come strumento per stimolare riflessione, confronto, domande. La differenza sta tutta nell'intenzionalità didattica con cui si propone.
Quanto conta poter condividere dubbi e sperimentazioni con altri docenti?
È fondamentale. Direi che è la cosa che conta di più. La condivisione dei dubbi, non solo dei successi , è ciò che rende possibile una crescita professionale autentica. È nel confronto sulle difficoltà che si costruisce davvero competenza. Quando una sperimentazione viene condivisa, anche quando è ancora incerta o parziale, diventa patrimonio collettivo. Permette di non ricominciare sempre da zero, di evitare sia l'improvvisazione sia la rigidità. È un modo per dare valore alla ricerca didattica quotidiana che esiste, che è reale, ma che troppo spesso rimane invisibile.
Ti senti più preparata ad affrontare temi complessi come IA, digitale, cittadinanza?
Mi sento più attrezzata dal punto di vista culturale e metodologico, e questa è una differenza sostanziale rispetto al semplice aggiornamento tecnico. Non ho più l'urgenza di "stare al passo" con gli strumenti , un'urgenza che, nel campo dell'IA soprattutto, è destinata a generare solo ansia. Cerco invece di comprendere i fenomeni: cosa cambia, perché cambia, quali domande dobbiamo imparare a fare. Questo trasforma anche il modo di affrontare questi temi in classe: non come contenuti da spiegare e da sapere, ma come oggetti di riflessione condivisa. L'intelligenza artificiale non è un argomento che "si spiega" e poi si passa oltre. È qualcosa dentro cui ci siamo già, tutti, e su cui vale la pena fermarsi a pensare insieme. La comunità aiuta proprio a sviluppare uno sguardo più critico e meno superficiale,
Che tipo di scuola vuoi contribuire a costruire?
Una scuola capace di essere inclusiva in modo concreto, non solo dichiarato nei documenti di programmazione. Una scuola che valorizzi davvero le differenze come risorsa autentica di pensiero e di approccio. Una scuola in cui il metodo didattico sia davvero al centro dell'attenzione professionale, e la tecnologia sia uno strumento al servizio di una visione pedagogica. E soprattutto una scuola in cui gli studenti possano sviluppare autonomia, senso critico e capacità di collaborare non perché sono competenze "richieste dal mondo del lavoro",ma perchè devono essere in grado di affrontare la complessità.
Che responsabilità senti oggi come docente nell'era dell'IA?
Una responsabilità educativa e culturale molto forte. L'intelligenza artificiale non è solo uno strumento tecnico da imparare a usare: è un cambiamento di paradigma che investe il modo in cui produciamo e valutiamo la conoscenza, il modo in cui ci relazioniamo anche con la creatività. Come docenti abbiamo il compito di accompagnare ed educare gli studenti a comprenderla , non solo a usarla in modo consapevole. I nostri studenti vivono già immersi in questo ambiente. Non entrano nel digitale: ci abitano. La scuola non può far finta che sia qualcosa di esterno. Il docente oggi è chiamato anche a rendere leggibile l’ambiente in cui gli studenti vivono e apprendono.
Se la Scuola del Noi non esistesse, cosa mancherebbe nel tuo percorso?
Mancherebbe un punto di riferimento:. un luogo, anche solo mentale, in cui fermarsi a pensare, a rielaborare, a confrontarsi senza la pressione del risultato immediato. Senza una comunità, il rischio reale è quello di procedere per tentativi isolati, con molta energia ma poca direzione condivisa. Si fa, si prova, si cambia , ma senza sapere bene verso cosa. La Scuola del Noi può offrire, invece, continuità, senso e direzione. E in una professione in cui la discontinuità è spesso la norma, classi che cambiano, colleghi che si avvicendano, avere un luogo di continuità non è un lusso. È una necessità professionale.
Cosa diresti a un docente che pensa di "non avere tempo" per entrare in una comunità?
Direi che è proprio per questo che dovrebbe farlo. Il tempo investito in una comunità non è tempo sottratto al lavoro: è tempo che migliora la qualità del lavoro. Confrontarsi con altri docenti permette di evitare errori già fatti da altri, trovare nuove idee, dare senso alle proprie pratiche invece di portarle avanti per inerzia.
Ma c'è qualcosa di ancora più importante: la sensazione di non avere tempo, nella scuola, è spesso il sintomo di un problema di senso. Quando si lavora da soli, senza confronto e senza visione condivisa, tutto diventa più pesante e più lungo. La comunità non è "un di più" da aggiungere a un lavoro già pieno. È una parte integrante della professionalità docente, quella che trasforma un mestiere solitario in una pratica collettiva.