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La ricerca mentre si costruisce

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La ricerca mentre si costruisce

La ricerca mentre si costruisce

RomeCup 2026: laboratori, università, centri di ricerca, imprese e startup hanno mostrato non soltanto tecnologie già pronte, ma il percorso che trasforma una domanda in una soluzione

Quando osserviamo una tecnologia, tendiamo a concentrarci sul risultato: un dispositivo, un robot, una piattaforma, un sensore. Più raramente vediamo il lavoro che lo precede: le ipotesi, i tentativi, gli errori, i test, gli adattamenti e il confronto tra competenze diverse. L’area espositiva della RomeCup 2026 ha permesso di entrare proprio in questa dimensione. Ricercatori, innovatori e startup hanno raccontato progetti ancora in evoluzione, mostrando come la ricerca non proceda in modo lineare e come una tecnologia acquisti valore soltanto quando incontra un bisogno reale.

Tecnologie per abbattere le barriere 
Nelle esperienze presentate dall’Istituto Italiano di Tecnologia, la ricerca applicata parte dalle condizioni concrete delle persone. Davide Esposito ha raccontato una piattaforma web con contenuti nella lingua italiana dei segni, progettata per permettere agli studenti sordi di seguire più facilmente le lezioni: "Quello che abbiamo fatto è una piattaforma web con contenuti in lingua italiana dei segni che permette di seguire la lezione in modo facile e veloce". 
Andrea ha presentato invece Aby, un sistema dedicato alla riabilitazione dei bambini non vedenti: "Abbiamo creato nuovi paradigmi di riabilitazione che permettessero di giocare in gruppo e comprendere meglio il proprio corpo e come si muove nello spazio".
In entrambi i casi, l’innovazione non coincide soltanto con il dispositivo. Comprende il linguaggio, la relazione educativa, l’esperienza corporea e la possibilità di partecipare insieme agli altri [guarda il video].

Protesi tra funzione, identità e personalizzazione
Federico Mireo, ingegnere ricercatore del Centro Protesi Inail di Vigorso di Budrio, ha presentato diversi progetti dedicati all’evoluzione dei dispositivi protesici. Con Discover, il Centro realizza cover stampate in 3D, adattabili per forma, colore e texture alle diverse protesi utilizzate dagli assistiti. "Le cover permettono un’elevata personalizzazione e la realizzazione di modelli con colori e texture bidimensionali e tridimensionali, adattati alla forma dei diversi dispositivi protesici". La personalizzazione non riguarda soltanto l’aspetto estetico, ma anche il rapporto della persona con il dispositivo e con la propria immagine. La tecnologia diventa così parte di un percorso in cui funzionalità, comfort e identità devono evolvere insieme. Tra gli altri progetti presentati, Omnia, sviluppato con l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, integra un ginocchio e una caviglia attivi, pensati per funzionare come un insieme armonico. AD Joint e Osteocustom esplorano invece soluzioni di osteointegrazione per le dita della mano e per l’arto inferiore, mentre PALP riguarda i processi di realizzazione di invasature e cover per protesi d’arto superiore. Il quadro che emerge è quello di una ricerca protesica che non lavora su un singolo componente, ma su un sistema complesso fatto di materiali, meccanica, stampa 3D, adattamento anatomico e relazione con la persona.

Dalle protesi personalizzate ai robot per il soccorso
Marica Sperduti, ricercatrice post-doc del Laboratorio di robotica avanzata e tecnologie centrate sulla persona dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, ha presentato una protesi di mano realizzata mediante stampa 3D con tecnologia SLS. 
"La protesi ha la particolarità di essere low cost e soprattutto personalizzata, perché viene realizzata a seguito della scansione dell’arto sano e ricostruita sulla sua geometria". La scansione permette di ottenere una soluzione simile, per forma e proporzioni, all’arto di partenza, con l’obiettivo di contenere i costi e migliorare l’adattamento alla persona. 
Lo stesso laboratorio ha portato alla RomeCup anche un cane robot progettato per muoversi in ambienti ostili. La struttura a quattro zampe gli consente di affrontare superfici irregolari e scenari difficili, come quelli che si presentano dopo un terremoto. Integrato con un braccio robotico, può supportare il recupero delle persone e il trasporto di oggetti. 
I due progetti rispondono a bisogni molto diversi, ma condividono lo stesso approccio: sviluppare tecnologie centrate sulla persona e capaci di adattarsi ai contesti reali, dalla personalizzazione di un dispositivo protesico alle operazioni di soccorso in condizioni di rischio.

Superfici tridimensionali sensibili al tocco
La ricerca esplora anche nuove forme di interazione tra persone e oggetti. Giampaolo Palma, ricercatore del Cnr nell’area di Pisa, ha presentato un prototipo nato per verificare se le tecnologie utilizzate per riconoscere i punti di contatto sulle superfici piane possano essere estese a oggetti tridimensionali di qualsiasi forma. "Partendo dal modello 3D della superficie, il sistema è in grado di indicare dove posizionare i sensori e di individuare il punto di tocco con una precisione di circa un millimetro". Il lavoro non riguarda soltanto l’accuratezza del rilevamento. La tecnologia calcola anche il numero minimo di componenti hardware necessario per rendere sensibile l’intero oggetto e riduce il numero di cavi esterni da collegare al sensore di tocco. Il risultato nasce dall’integrazione tra modellazione tridimensionale, sensoristica, tecnologie computazionali e studio dell’interazione. È un esempio efficace di come la ricerca renda semplice, almeno in apparenza, ciò che a monte richiede un lavoro complesso di progettazione, verifica e ottimizzazione.

Quando la ricerca diventa impresa
Le startup presenti hanno mostrato un altro passaggio importante: la trasformazione della conoscenza in soluzioni sostenibili e accessibili.
Tiziano Lombardi, di Anostra, ha raccontato un kit per portare la guida autonoma sulle macchine agricole già in uso: "Vogliamo dare supporto soprattutto a quelle piccole realtà che non possono permettersi un mezzo nuovo". L’innovazione, in questo caso, non richiede la sostituzione completa delle tecnologie esistenti. Interviene sul patrimonio già disponibile, migliorandolo e rendendo accessibili funzioni avanzate anche alle aziende agricole più piccole [guarda il video].
Domenico Calviero, di Dropper, ha presentato invece piccoli sensori per gli edifici intelligenti, capaci di raccogliere dati utili alla gestione della ventilazione e del riscaldamento. Informazioni affidabili permettono di ridurre gli sprechi energetici e prendere decisioni più consapevoli. In entrambi i casi, il valore dell’idea dipende dalla capacità di comprendere i vincoli economici, tecnici e organizzativi dei destinatari [guarda il video],

Un ecosistema che mette in relazione i saperi
Le testimonianze raccolte restituiscono una ricerca che non procede in isolamento. Dietro ogni progetto ci sono competenze scientifiche, tecniche, educative, sociali e imprenditoriali che devono imparare a dialogare.
È questa una delle funzioni più importanti della RomeCup: mettere in relazione università, centri di ricerca, imprese, startup, scuole, istituzioni e cittadini. Non soltanto per presentare risultati, ma per generare nuove domande, far emergere limiti e aprire possibilità di collaborazione. 
Come ha osservato Paolo Dario, la qualità dei giovani ricercatori italiani è "spettacolare". Il loro valore non risiede soltanto nell’elevata preparazione specialistica, ma anche nella capacità di integrare cultura scientifica e umanistica, metodo e creatività, conoscenza e responsabilità. La ricerca è l’infrastruttura meno visibile dell’innovazione. Produce le conoscenze da cui nascono le applicazioni, ma sviluppa anche la capacità di lavorare nell’incertezza, verificare ipotesi, imparare dagli errori e costruire soluzioni insieme agli altri. 
Alla RomeCup questa infrastruttura diventa visibile. La scienza smette di apparire come una raccolta di risposte già disponibili e torna a mostrarsi per ciò che è: una pratica che comincia dalle domande e trasforma il talento in valore condiviso.

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