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Tre giovani ricercatori per una tecnologia più umana

I vincitori della quarta edizione del "Most Promising Researcher in Robotics and Artificial Intelligence"

Tre giovani ricercatori per una tecnologia più umana

Tre giovani ricercatori per una tecnologia più umana

I vincitori della quarta edizione del "Most Promising Researcher in Robotics and Artificial Intelligence"

Dal machine learning affidabile alla robotica sociale inclusiva, fino alle protesi bioniche accessibili: i profili premiati dal RomeCup Research Award 2026 raccontano una nuova idea di eccellenza scientifica.

Alla quarta edizione del Most Promising Researcher in Robotics and Artificial Intelligence, la RomeCup ha premiato tre traiettorie di ricerca diverse ma accomunate da una stessa visione: mettere la potenza dell’intelligenza artificiale e della robotica al servizio delle persone, dei loro diritti, della loro autonomia e della qualità della vita. I profili riconosciuti nel 2026 mostrano come l’eccellenza scientifica non coincida soltanto con pubblicazioni, algoritmi o dispositivi ad alta complessità. È anche capacità di leggere bisogni reali, trasformare problemi sociali in domande di ricerca, costruire tecnologie affidabili, accessibili e responsabili.

La premiazione si è svolta ieri sera nella Sala Esedra dei Musei Capitolini, in Campidoglio, con streaming su Corriere.it. Moderata da Riccardo Luna, giornalista ed editorialista del Corriere della Sera, la RomeCup Research Award Night ha visto i finalisti del Most Promising Researcher in Robotics & AI presentare i propri progetti in una modalità dinamica, pensata per favorire il confronto diretto con giuria, imprese e pubblico. Dopo gli interventi di apertura di Alfonso Molina e Paolo Dario, la serata si è conclusa con l’annuncio dei vincitori da parte di Mirta Michilli, direttrice generale della Fondazione Mondo Digitale ETS, e con l’assegnazione del RomeCup Research Award 2026, del Digital Humanities Award “Tullio De Mauro” e di un riconocimento per il miglior dottorando.

Massimiliano Mancini: insegnare ai sistemi intelligenti ad apprendere, correggersi e dimenticare
Massimiliano Mancini, 34 anni, ricercatore dell’Università di Trento, ha vinto il premio Most Promising Researcher in Robotics and AI con una ricerca che affronta una delle sfide decisive per il futuro della robotica: rendere i sistemi visivi capaci di funzionare in ambienti reali, non controllati, dove le condizioni cambiano continuamente. I robot del futuro, spiega Mancini nella sua candidatura, non vivranno solo in laboratori o contesti prevedibili: entreranno nelle case, negli ospedali, nelle fabbriche, in spazi complessi e abitati da persone con bisogni diversi. Per questo non basterà che siano “potenti”: dovranno imparare ad adattarsi, riconoscere i propri limiti, correggere errori e bias, rispettare privacy e diritti degli utenti. La sua ricerca si concentra su sistemi di visione artificiale in grado di apprendere in autonomia, adattarsi a scenari nuovi, individuare difetti nei propri comportamenti e, quando necessario, disimparare informazioni. Quest’ultimo aspetto è particolarmente rilevante rispetto al diritto all’oblio e alla protezione dei dati: l’obiettivo è consentire la rimozione mirata di informazioni sensibili senza dover riaddestrare l’intero modello e senza introdurre nuovi bias. Il suo percorso scientifico ha già prodotto contributi riconosciuti nella comunità internazionale, con decine di pubblicazioni su riviste e conferenze di riferimento nel campo della computer vision, della robotica e dell’intelligenza artificiale. Ma il cuore della sua ricerca resta applicativo: partire da problemi concreti, individuare le assunzioni che limitano l’uso delle tecnologie esistenti e sviluppare soluzioni per superarle. Anche la motivazione personale aiuta a comprendere la direzione del suo lavoro. Mancini racconta di essere sempre stato attratto da puzzle e rompicapi: dalla possibilità che, dietro qualcosa di apparentemente confuso, esista una struttura da ricomporre. La ricerca, per lui, è proprio questo: mettere insieme pezzi sparsi per spingere più avanti la conoscenza e generare impatto reale. Cresciuto in Umbria, con il ricordo vivo del terremoto di Assisi, ha orientato il proprio interesse verso sistemi capaci di adattarsi all’imprevedibilità del mondo reale, anche in situazioni di emergenza.

Micol Spitale: robot sociali che includono, ascoltano e si adattano
A Micol Spitale, 32 anni, del Politecnico di Milano, è stato assegnato il premio speciale Digital Humanities Award, istituito in omaggio a Tullio De Mauro. La sua ricerca lavora su un tema di grande delicatezza: l’uso dell’intelligenza artificiale e della robotica sociale per supportare persone con disabilità intellettive in contesti collettivi, come centri diurni, scuole e ambienti assistiti. La maggior parte dei sistemi robotici assistivi, osserva Spitale, è ancora pensata per interazioni uno a uno. Ma la vita reale è fatta di gruppi, relazioni, conversazioni multiple, attenzione condivisa, presenza di caregiver, terapeuti, familiari e persone con bisogni diversi. Inoltre, molti modelli di intelligenza artificiale sono addestrati su dati riferiti a popolazioni neurotipiche e rischiano quindi di non rappresentare adeguatamente la varietà dei comportamenti, degli stili comunicativi e dei bisogni cognitivi delle persone con disabilità. La sua ricerca apre una linea innovativa sulla group-human robot interaction, cioè l’interazione tra robot e gruppi di persone. L’obiettivo è sviluppare sistemi socialmente intelligenti capaci di interagire in modo sicuro, rispettoso e adattivo con gruppi eterogenei, gestendo turni di parola, attenzione condivisa e supporto alle attività comuni. Al centro c’è un’idea di IA inclusiva: modelli capaci di apprendere e adattarsi ai diversi modi di comunicare, partecipare e relazionarsi. Il progetto integra ricerca tecnologica, co-progettazione partecipativa e validazione in ambienti reali. Non si limita quindi a costruire prototipi di laboratorio, ma lavora con centri terapeutici e di cura per verificare che i sistemi siano accessibili, rispettosi e coerenti con l’esperienza delle persone coinvolte. L’obiettivo è sostenere autonomia e partecipazione, ridurre il carico ripetitivo su caregiver e terapisti e contribuire a nuove politiche per l’accessibilità digitale e l’integrazione equa delle tecnologie nei contesti sensibili. Il suo percorso mostra anche il valore dell’interdisciplinarità. Spitale arriva da una formazione in ingegneria spaziale, ma ha scelto la ricerca in Information Technology per lavorare su temi capaci di incidere direttamente sulla vita delle persone. La sua motivazione nasce dall’incontro tra curiosità scientifica e sensibilità sociale: progettare tecnologie che non creino nuove barriere, ma aumentino partecipazione, dignità e inclusione.

Erik Gasparini: protesi bioniche più intuitive, accessibili e vicine ai bisogni delle persone
Erik Gasparini, 26 anni, PhD in biorobotica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, è stato riconosciuto come miglior dottorando per una ricerca che unisce robotica, intelligenza artificiale e dispositivi biomedicali con un obiettivo molto concreto: migliorare la qualità della vita delle persone con amputazione. Il punto di partenza è un problema ancora aperto: nonostante i progressi tecnologici, molte persone abbandonano le protesi attive perché sono complesse da usare, poco intuitive o prive di un ritorno sensoriale adeguato. Il lavoro di Gasparini affronta questo divario sviluppando interfacce non invasive e bidirezionali, capaci da un lato di interpretare l’intenzione motoria dell’utente e dall’altro di restituire informazioni sensoriali utili. L’innovazione centrale è LimbMATE, una piattaforma italiana per il controllo protesico avanzato. Il dispositivo integra algoritmi di IA per decodificare in tempo reale i pattern mioelettrici, un modulo vibrotattile per restituire informazioni come il contatto e il rilascio di un oggetto, e una struttura leggera, a basso consumo e a basso costo. Con 23 grammi di peso, 200 mW di consumo e un costo di componentistica di circa 200 euro, LimbMATE propone una visione di eccellenza tecnologica accessibile e potenzialmente sostenibile anche per il sistema sanitario. Il progetto ha già raggiunto un livello avanzato di maturità tecnologica e ha superato test di sicurezza elettronica e software secondo standard internazionali per dispositivi medici. Ha inoltre ottenuto approvazione etica e ministeriale per uno studio clinico comparativo in collaborazione con l’IRCCS Istituto Ortopedico Rizzoli, nell’ambito del progetto nazionale Fit4MedRob. Le prime evidenze cliniche indicano miglioramenti nelle attività di vita quotidiana, nel controllo di movimenti fini e nella riduzione dei movimenti compensatori. Il contributo personale di Gasparini attraversa tutte le fasi della ricerca: sviluppo firmware e software, assemblaggio, testing, documentazione per le approvazioni, ideazione di algoritmi originali, validazione con utenti e disseminazione scientifica. La sua motivazione nasce dall’ascolto delle persone con amputazione: per loro una protesi controllabile in modo affidabile e naturale non significa soltanto recuperare una funzione, ma riconquistare autonomia, indipendenza e dignità. La sua storia personale aggiunge profondità a questa scelta. Cresciuto in un contesto popolare, con esperienze di studio, lavoro e volontariato, Gasparini racconta di aver imparato a mettere al centro la persona e non la sua difficoltà. È questa prospettiva che orienta la sua ricerca: trasformare la robotica applicata in una tecnologia capace di accompagnare le persone nel “rialzarsi”, non solo sul piano fisico, ma anche umano e sociale.

Una nuova idea di eccellenza
Le ricerche di Mancini, Spitale e Gasparini mostrano tre direzioni complementari dell’intelligenza artificiale e della robotica contemporanee. La prima riguarda la fiducia nei sistemi intelligenti: macchine capaci di adattarsi, correggersi, rispettare privacy e sicurezza. La seconda riguarda l’inclusione: tecnologie progettate con e per persone con bisogni diversi, capaci di sostenere partecipazione e dignità. La terza riguarda la cura: dispositivi bionici accessibili, validati clinicamente e costruiti a partire dall’ascolto degli utenti.

In tutti e tre i casi, la ricerca non è separata dalla società. Nasce da problemi concreti, attraversa discipline diverse e cerca un impatto misurabile sulla vita delle persone. È questa la visione che il RomeCup Research Award porta al centro del dibattito: una scienza capace di futuro perché capace di responsabilità.

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