IIT a RomeCup 2026: l'intervista a Monica Gori
All’area dimostrativa della RomeCup 2026 (Roma, 28–30 aprile) arrivano anche alcune delle tecnologie sviluppate dalla Unit for Visually Impaired People (U-VIP) dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), dedicate al supporto di bambini e ragazzi con disabilità sensoriali. A portarle in manifestazione saranno i ricercatori Davide Esposito e Andrea Senacheribbe, con una selezione di strumenti pensati per accompagnare lo sviluppo motorio, percettivo e sociale attraverso l’uso di suono, movimento e interazione. Dietro questi progetti c’è un lavoro di ricerca che unisce neuroscienze, psicologia dello sviluppo e tecnologia, con un obiettivo molto concreto: aiutare bambini e bambine a orientarsi nello spazio, muoversi, giocare e imparare in modo più autonomo. Alberta Testa ne ha parlato parlato con Monica Gori, responsabile dell’unità U-VIP, per capire da dove nasce questo lavoro e quale impatto può avere nella vita quotidiana delle persone.
Su cosa si concentra il suo lavoro all’Istituto Italiano di Tecnologia? Come è nato il suo interesse per questo ambito di ricerca?
Il mio lavoro all’Istituto Italiano di Tecnologia si concentra sullo studio dello sviluppo multisensoriale nei bambini con e senza disabilità visive, e sulla creazione di tecnologie che possano supportare il loro percorso di crescita, autonomia e partecipazione sociale. Nel laboratorio U‑VIP, che coordino, integriamo neuroscienze, psicologia dello sviluppo, robotica e tecnologie abilitanti per comprendere come i bambini costruiscono la percezione dello spazio e del corpo e come questo processo cambi in assenza della vista.
Il mio interesse nasce da molto lontano: da bambina volevo diventare pittrice. L’arte è stata il mio primo linguaggio, quello attraverso cui ho imparato a conoscere me stessa e gli altri. Poi all’università, studiando psicologia, ho incontrato le neuroscienze e me ne sono innamorata. L’incontro con David Burr, durante gli anni al CNR di Pisa, ha segnato il mio percorso: è lì che ho capito quanto la percezione sia un ponte tra il nostro corpo e il mondo e quanto comprenderla possa tradursi in strumenti concreti per le persone. Grazie a Giulio Sandini ho poi capito che le neuroscienze potevano portare un contributo importante allo sviluppo di nuova tecnologia.
Quali tecnologie o prototipi porterete nell’area dimostrativa della RomeCup e quali bisogni concreti delle persone intendono affrontare?
Alla RomeCup Davide Esposito e Andrea Senacheribbe porteranno una selezione delle tecnologie su cui stiamo lavorando negli ultimi anni per supportare bambini e ragazzi con disabilità sensoriali:
- ABBI (Audio Bracelet for Blind Interaction) è un braccialetto sonoro che traduce il movimento in feedback acustici, permettendo ai bambini con disabilità visiva di comprendere la posizione del corpo nello spazio e facilitando così movimento, interazione e sviluppo sociale.
- iReach, una tecnologia multisensoriale pensata per l’intervento precoce negli infanti con ipovisione, che permette di misurare e allenare abilità senso‑motorie fin dai primi mesi di vita, in modo non invasivo e scientificamente controllato.
- SoBu, un’app che vede protagonisti Walter Setti, Davide Esposito e Niccolo Balzarotti, e che trasforma suoni e vibrazioni in strumenti di gioco e socializzazione, offrendo giochi audio‑motori accessibili tramite smartphone e smartwatch. Nasce dal lavoro della nostra unità U‑VIP e rappresenta un’evoluzione digitale dell’idea di ABBI, rendendo possibile l’accesso al gioco inclusivo anche a distanza e su larga scala.
- InSegno, una piattaforma web che coinvolti Andrea Senacheribbe e Lorenzo Landolfi come ideatori e sviluppatori e che offre contenuti educativi completi in Lingua dei Segni Italiana (LIS), con video‑lezioni, esercizi interattivi, glossari e materiali didattici, progettata per permettere agli studenti sordi di seguire le lezioni in autonomia e in modo accessibile. È pensata anche per favorire un apprendimento realmente inclusivo in classe, coinvolgendo sia studenti sordi sia udenti.
Queste tecnologie nascono da un’unica visione: rendere lo sviluppo motorio, cognitivo e sociale accessibile a tutti, anche quando i sensi non forniscono le informazioni necessarie. Ogni strumento che presentiamo risponde a un bisogno reale (muoversi, giocare, imparare, partecipare), perché l’inclusione non è un concetto astratto ma un’esperienza quotidiana che la tecnologia può rendere concreta.
In che modo la robotica può contribuire a migliorare concretamente l’autonomia e la qualità della vita delle persone?
La robotica, se progettata in modo umano‑centrico, può diventare un’estensione delle capacità percettive e motorie della persona. Nel caso dei bambini con disabilità visiva, robot e dispositivi intelligenti possono, ad esempio:
- fornire feedback sensoriali alternativi quando la vista non è disponibile;
- misurare e allenare abilità fondamentali, come la coordinazione, l’equilibrio o la percezione del corpo;
- accompagnare i bambini in ambienti complessi, creando percorsi personalizzati di riabilitazione;
- favorire la socialità, perché strumenti come ABBI permettono di giocare con gli altri bambini in modo naturale.
La robotica non sostituisce le persone: amplifica le loro possibilità.
La RomeCup mette in dialogo ricerca, imprese e giovani. Quanto è importante per un centro di ricerca come l’IIT portare i propri progetti fuori dal laboratorio e confrontarsi con il pubblico?
Per noi è fondamentale. La ricerca trova il suo valore reale quando riesce a trasformarsi in strumenti che migliorano la vita delle persone. Portare i nostri progetti fuori dal laboratorio significa ascoltare i bisogni delle famiglie, degli educatori, degli studenti e delle imprese, e allo stesso tempo mostrare come l’innovazione possa nascere da percorsi multidisciplinari. Un esempio concreto è SoBu, che rappresenta una storia di trasferimento tecnologico particolarmente significativa per il nostro gruppo. SoBu nasce infatti dalle basi scientifiche di ABBI, il nostro braccialetto sonoro sviluppato all’interno dell’Unità U‑VIP per supportare lo sviluppo senso‑motorio dei bambini ciechi. ABBI ha mostrato, in anni di ricerca e sperimentazione clinica, di poter migliorare le abilità motorie, spaziali e sociali dei bambini con disabilità visiva. SoBu ha raccolto questa eredità e l’ha portata nel mondo reale, trasformando quell’idea in un’app accessibile su smartphone e smartwatch, pensata per raggiungere famiglie e bambini ovunque si trovino. Il passaggio dall’idea scientifica alla tecnologia utilizzabile ogni giorno è esattamente il motivo per cui è essenziale confrontarsi con il pubblico. Non solo per far conoscere ciò che facciamo, ma per costruire insieme soluzioni scalabili, sostenibili e realmente utili. Ed è anche un messaggio importante per i giovani: la ricerca non è chiusa nei laboratori, ma può diventare impatto sociale, impresa, e soprattutto possibilità.
Qual è stata, nel suo percorso di ricerca, una scoperta o un momento che le ha fatto capire quanto la tecnologia possa davvero fare la differenza nella vita delle persone?
Uno dei momenti più forti è stato osservare per la prima volta un bambino cieco indossare ABBI e riuscire a orientarsi verso la madre seguendo il suono prodotto dal proprio movimento. Era un gesto semplice, ma rappresentava ciò che la ricerca può fare: trasformare un principio neuroscientifico in uno strumento che cambia il modo in cui un bambino vive il proprio corpo e il proprio spazio. Anche l’esperienza con famiglie di neonati con ipovisione, oggi coinvolte nel progetto iReach, mi ha mostrato quanto sia urgente intervenire presto, quando il cervello è massimamente plastico. Una tecnologia adeguata può letteralmente riscrivere traiettorie di sviluppo.
Se dovesse descrivere in una frase il futuro che immagina grazie alla tecnologia su cui lavora, quale sarebbe?
Un futuro in cui ogni bambino, indipendentemente dai suoi sensi, possa costruire il proprio spazio nel mondo con libertà, autonomia e gioia.