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Donne e tecnologia, il divario che non si riduce

RomeCup 2026, come raccontare la tecnologia in modo più aperto, interdisciplinare e vicino a

Donne e tecnologia, il divario che non si riduce

Donne e tecnologia, il divario che non si riduce

RomeCup 2026, come raccontare la tecnologia in modo più aperto, interdisciplinare e vicino alla vita delle persone

Le donne sono ormai la maggioranza tra i laureati italiani, ottengono risultati migliori negli studi e partecipano più spesso a tirocini ed esperienze formative. Eppure, quando si osservano i percorsi Stem, il divario di genere resta profondo e sostanzialmente immobile.

Secondo il Rapporto di genere 2026 di AlmaLaurea, le donne rappresentano il 41,1% dei laureati nelle discipline Stem, una quota rimasta invariata dal 2015. Il divario diventa ancora più evidente nei settori dell’informatica e delle tecnologie, dove la presenza femminile si ferma al 18,5%, e nell’ingegneria industriale e dell’informazione, dove raggiunge il 27,4%. A parità delle condizioni considerate, inoltre, per una donna la probabilità di laurearsi in un percorso Stem risulta del 71,7% inferiore rispetto a quella di un uomo.

Durante la RomeCup 2026, tre protagoniste della ricerca e dell’università italiana, Luigia Carlucci Aiello, Tiziana Catarci e Francesca Cuomo, hanno offerto una lettura di questa distanza, richiamando il peso degli stereotipi, il valore della scelta consapevole e la necessità di mettere in relazione saperi differenti. Per Tiziana Catarci, il problema non riguarda le attitudini delle ragazze, ma il modo in cui tecnologia, matematica e informatica vengono raccontate fin dall’infanzia. L’idea che si tratti di ambiti “da maschi” agisce molto presto, riducendo fiducia, curiosità e libertà di scelta. Non a caso, il Rapporto AlmaLaurea richiama come il divario nelle competenze matematiche si manifesti già durante il percorso scolastico e possa essere rafforzato da aspettative sociali e forme di autosvalutazione.
La sfida, quindi, non comincia all’università. Occorre intervenire prima, già nella scuola primaria, aiutando bambine e bambini a riconoscere le proprie capacità senza associare discipline, professioni e talenti al genere. 
Luigia Carlucci Aiello richiama invece il valore della scelta consapevole. Conoscere davvero che cosa offrono i diversi percorsi di studio, comprendere come la tecnologia trasformi la vita quotidiana e poter sperimentare direttamente strumenti e applicazioni sono condizioni essenziali per scegliere senza subire modelli imposti. 
È anche questa la funzione della RomeCup: avvicinare ragazze e ragazzi alla robotica e all’intelligenza artificiale attraverso laboratori, prototipi, incontri con ricercatori, orientamento e competizioni. La tecnologia diventa così qualcosa da vedere, interrogare e costruire, non un territorio astratto riservato a pochi.

Cooperare tra saperi differenti
Francesca Cuomo, preside della Facoltà di Ingegneria dell’informazione, informatica e statistica della Sapienza Università di Roma, pone l’accento sull’interdisciplinarità come condizione necessaria per affrontare le trasformazioni tecnologiche. 
“Nel mondo attuale l’interdisciplinarità, soprattutto nell’ambito tecnologico, è di fondamentale importanza perché ci porta a cooperare”, spiega. E la cooperazione, aggiunge, “è un valore della società che dobbiamo favorire sempre di più”. 
Intelligenza artificiale, robotica e informatica non possono più essere affrontate dentro confini disciplinari rigidi. Le sfide tecnologiche chiedono competenze diverse, ma anche la capacità di ascoltare altri punti di vista, condividere linguaggi e costruire soluzioni insieme. 
Per Cuomo, eventi come la RomeCup permettono ai giovani di vivere da vicino proprio questo significato della cooperazione tra saperi. Non si tratta soltanto di acquisire conoscenze tecniche, ma di sperimentare come discipline, esperienze e sensibilità differenti possano incontrarsi davanti a problemi comuni.

Quando la tecnologia incontra le scienze umane
Secondo Catarci, uno dei modi più efficaci per ampliare la partecipazione femminile è superare una visione troppo rigida delle discipline STEM. L’intelligenza artificiale non riguarda soltanto algoritmi e programmazione: coinvolge linguaggio, logica, filosofia, psicologia, diritti, ambiente e organizzazione della società. 
Un esempio significativo arriva dal corso di laurea in Filosofia e Intelligenza artificiale della Sapienza Università di Roma, dove la presenza di studentesse e studenti è sostanzialmente equilibrata. Quando la tecnologia viene raccontata come strumento per comprendere e affrontare problemi sociali, economici e ambientali, e non solo come ambito tecnico, riesce ad attrarre esperienze e sensibilità più diverse. 
L’interdisciplinarità non serve soltanto a coinvolgere più ragazze. È necessaria per progettare tecnologie migliori. I sistemi di intelligenza artificiale e i robot entrano infatti in contesti abitati da persone, bisogni, relazioni e disuguaglianze. Per comprenderne gli effetti occorrono competenze scientifiche e tecniche, ma anche sguardi umanistici e sociali.

Un divario che continua nel lavoro
Le differenze non terminano con la laurea. I dati AlmaLaurea mostrano che anche nei percorsi Stem, caratterizzati da livelli occupazionali elevati, le donne incontrano condizioni meno favorevoli. A cinque anni dal titolo, gli uomini Stem guadagnano mediamente il 15,4% in più delle colleghe. Le donne lavorano più spesso con contratti a termine e accedono con minore frequenza alle posizioni di maggiore responsabilità. È un paradosso evidente: le donne raggiungono risultati accademici migliori, concludono più spesso gli studi nei tempi previsti e ottengono voti di laurea più alti, ma queste performance non si traducono in pari opportunità professionali. 
Per questo non basta aumentare il numero delle iscrizioni. Occorre agire lungo tutto il percorso: sulle aspettative familiari e sociali, sull’orientamento, sul linguaggio usato per raccontare la tecnologia, sull’organizzazione del lavoro e sui criteri con cui vengono riconosciuti competenze, ruoli e responsabilità. 
Le riflessioni di Luigia Carlucci Aiello, Tiziana Catarci e Francesca Cuomo convergono su un punto: il divario di genere nelle Stem non è il risultato di minori capacità, ma di condizionamenti che si accumulano nel tempo e di una rappresentazione ancora troppo ristretta della tecnologia. 
Superarlo significa offrire alle ragazze occasioni reali di esperienza, modelli credibili e contesti in cui possano cooperare con competenze diverse. Non si tratta soltanto di portare più donne nell’informatica, nell’ingegneria o nella robotica, ma di costruire innovazioni più inclusive, più responsabili e più vicine alla complessità della società.

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