Perché lavorare con le grandi aziende tecnologiche. L'esperienza del forum europeo di Riga
Il confronto sull’intelligenza artificiale e sul futuro del lavoro sta progressivamente assumendo una natura che va oltre la dimensione tecnologica. Riguarda l’organizzazione della società, la qualità dell’educazione, l’accesso alle opportunità, la capacità di orientarsi in contesti complessi. Le tecnologie non si collocano all’esterno di questi processi. Si sviluppano e si diffondono all’interno di sistemi economici, culturali e istituzionali che attraversano la vita quotidiana: il lavoro, la formazione, i servizi, la partecipazione. È in questi sistemi che si definiscono le condizioni reali dell’innovazione.
Dentro i processi, non ai margini
Lavorare con le grandi aziende tecnologiche significa entrare nei contesti in cui si costruiscono strumenti, modelli e linguaggi destinati a incidere su larga scala. Non si tratta di una scelta di posizionamento, ma di una modalità operativa: essere presenti nei luoghi in cui si definiscono le traiettorie dell’innovazione, contribuendo a orientarle. "Come emerge anche nel lavoro della Fondazione, questo implica un’attività continua di confronto e costruzione condivisa: sedersi ai tavoli, discutere modelli, porre condizioni educative ed etiche", spiega la direttrice generale Mirta Michilli. "È una pratica che richiede tempo, competenze, capacità di mediazione".
Spazi di riflessione dentro l’industria
Il forum europeo Future of Work in the Age of AI, che si è tenuto lo scorso 16 marzo a Riga, offre un’indicazione significativa in questa direzione. Il confronto tra imprese, istituzioni e organizzazioni sociali ha evidenziato come anche nei contesti industriali più avanzati stia emergendo una riflessione sulla dimensione umana dell’innovazione. Come è stato sottolineato nel corso dei lavori: “Il cambiamento di solito non riguarda la tecnologia, riguarda le persone… è una questione di mentalità, comportamento e motivazione”. Il concetto di augmentation, richiamato più volte, esprime con chiarezza questo orientamento: lo sviluppo tecnologico viene messo in relazione con le capacità delle persone, non considerato separatamente. In questa prospettiva, anche i modelli di apprendimento vengono ripensati. Ville Valtonen ha proposto un’immagine efficace: “Non è necessario sapere come funziona il motore per guidare un’auto”. L’attenzione si sposta quindi sulla possibilità di accesso e utilizzo, riducendo le barriere all’ingresso e favorendo una diffusione più ampia delle competenze. Parallelamente, emerge il ruolo crescente delle micro-credenziali, come ha evidenziato Mitchell Peters, che consentono aggiornamenti rapidi e modulari in un contesto di apprendimento continuo.
Lavorare sulle condizioni
Questi elementi spostano l’attenzione dagli strumenti alle condizioni del loro utilizzo. Competenze, comportamenti, motivazioni, accesso alle opportunità diventano fattori determinanti per comprendere l’impatto delle tecnologie. Lo ha espresso con chiarezza Michaela Horvathova, mettendo in discussione i modelli educativi attuali: “Ciò che misuriamo, lo valorizziamo”. Il vero rischio, ha spiegato, non sono le macchine intelligenti, ma "sistemi educativi ottimizzati per un mondo che non esiste più". Una riflessione che richiama il rischio di sistemi formativi calibrati su contesti che evolvono più lentamente rispetto al lavoro e alle competenze richieste. In questo senso, l’educazione assume un ruolo infrastrutturale. Se la connessione è una condizione diffusa, la cultura digitale diventa parte integrante dei servizi essenziali. Richiede accompagnamento, qualità, continuità. Richiede la capacità di sviluppare competenze lungo tutto l’arco della vita. È un passaggio che richiama la costruzione dei servizi universali: l’accesso da solo non è sufficiente senza competenze e mediazione.
Collaborazione come pratica di governance
All’interno di questo scenario, la collaborazione con le grandi aziende tecnologiche si configura come una pratica di governance. Le tecnologie che stanno ridefinendo il lavoro e l’accesso alle opportunità vengono sviluppate e distribuite in larga parte da attori globali. Interagire con questi attori consente di portare nei processi di innovazione alcune priorità fondamentali:
- accesso equo alle opportunità formative
- attenzione alle disuguaglianze
- qualità educativa degli strumenti
- sviluppo di competenze diffuse
In questo quadro si collocano anche le collaborazioni con aziende come Google, che mettono a disposizione infrastrutture, competenze e ambienti di sperimentazione su larga scala. È all’interno di questi contesti che diventa possibile lavorare in modo concreto sull’accesso alle tecnologie, sulla qualità dei contenuti educativi e sulla costruzione di percorsi formativi inclusivi, collegando innovazione tecnologica e bisogni reali dei territori.
Un contributo particolarmente significativo emerso durante il forum di Riga riguarda l’impegno di Google.org nel colmare il divario di competenze digitali attraverso iniziative strutturate e misurabili. Tra queste, il programma europeo di seminari sulla cybersecurity coinvolge 23 università in 15 paesi e ha già raggiunto oltre 3.000 studenti. Il modello adottato integra formazione e impatto sociale: gli studenti, una volta formati, supportano direttamente organizzazioni della comunità locale nella protezione dalle minacce informatiche, contribuendo a rendere più accessibili e comprensibili temi spesso percepiti come complessi [vedi il contributo New Learning Models Made in Europe con Ville Valtonen e James Shires]. A queste iniziative si affianca un lavoro di analisi e indirizzo strategico, come il rapporto Ipsos Making AI work for Europe, che offre a decisori pubblici e attori economici una base di evidenze per orientare l’adozione dell’intelligenza artificiale in modo responsabile e centrato sulle persone. Nel loro insieme, questi interventi delineano un ruolo che va oltre la fornitura di tecnologie: quello di catalizzatore di ecosistemi, in cui risorse, competenze e relazioni contribuiscono a rendere l’innovazione più accessibile, sicura e rilevante per i cittadini.
La governance, in questo contesto, non è esercizio di controllo, ma costruzione di condizioni: coordinamento tra attori diversi, allineamento di interessi, responsabilità condivisa. È una prospettiva che trova un riferimento anche nel lavoro di Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, che ha evidenziato come la capacità di affrontare sistemi complessi - dalla pandemia alle trasformazioni economiche - dipenda dalla cooperazione tra istituzioni pubbliche e soggetti che detengono infrastrutture tecnologiche e potenza di calcolo.
In contesti ad alta complessità, le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale permettono di elaborare scenari, gestire informazioni su larga scala e supportare i processi decisionali. È proprio questa capacità che rende necessario un coordinamento tra attori diversi, in cui le istituzioni mantengano un ruolo di indirizzo e responsabilità, mentre le imprese contribuiscono con competenze e infrastrutture.
È in questo spazio che la collaborazione assume un significato concreto: non come delega, ma come costruzione condivisa di condizioni operative e di orientamento.
Un lavoro poco visibile, ma decisivo
Il forum ha restituito anche l’impatto concreto di questi approcci. Paul Apostol ha raccontato la storia di Daria, una giovane laureata che non riusciva a trovare spazio nel mercato del lavoro: “Avevo una laurea, ma per loro non ero nessuno”. Attraverso strumenti di simulazione basati su intelligenza artificiale, Daria ha acquisito sicurezza e capacità di affrontare i colloqui, trasformando una condizione di stallo in un percorso attivo. Allo stesso modo, le esperienze presentate da Paul Duan ed Étienne de Saint-Martin mostrano come l’uso dell’IA nei servizi per il lavoro possa contribuire a “restituire tempo ai consulenti affinché possano concentrarsi sull’elemento umano”. Questo tipo di intervento raramente produce effetti immediati o lineari. Non si esaurisce in una singola iniziativa, ma si costruisce nel tempo, attraverso relazioni, progetti, processi di apprendimento reciproco. È però in questo spazio che si creano le connessioni tra sviluppo tecnologico e bisogni sociali, tra innovazione e qualità della vita, tra crescita economica e partecipazione. Entrare nei processi dell’innovazione significa contribuire a orientarne le traiettorie, mantenendo al centro le persone e i contesti in cui vivono e lavorano.
Nel tempo dell’intelligenza artificiale, la questione non riguarda solo ciò che le tecnologie rendono possibile, ma le condizioni in cui queste possibilità si traducono in esperienze concrete. Come ha ricordato Soon-Joo Gog, portando l’esperienza di Singapore, una forza lavoro qualificata rappresenta “la base di una società inclusiva dove tutti beneficiano della crescita”. È in questo spazio che si costruisce il valore dell’innovazione. E in questo spazio, la collaborazione diventa uno strumento essenziale per connettere sviluppo tecnologico, educazione e inclusione.
Per la Fondazione Mondo Digitale hanno seguito i lavori del forum europeo la project manager Ilaria Graziano, responsabile della progettazione, e la project officer Marta Pietrelli.