Per lo psichiatra Fernando Corinto, l'IA è uno strumento prezioso per la ricerca e la clinica, ma la diagnosi resta un atto di responsabilità professionale.
L'intelligenza artificiale può analizzare enormi quantità di dati, individuare correlazioni e supportare il lavoro clinico. Ma quando si tratta di formulare una diagnosi, interpretare un caso complesso o costruire una relazione terapeutica, la responsabilità resta nelle mani del professionista. È questa la convinzione di Fernando Corinto, psichiatra specializzato nello studio dell'autismo negli adolescenti e negli adulti, che ha partecipato al percorso formativo Il Futuro della Cura. In questa intervista, curata da Onelia Onerati, Corinto racconta come l'IA stia già cambiando il suo modo di studiare, scrivere e ricercare, senza modificare ciò che considera essenziale nella pratica clinica: il giudizio, la capacità di porre le domande giuste e l'attenzione alla persona, nella sua irriducibile unicità.
Libero professionista, ha conseguito gli studi in Psichiatria presso l’Università di Tor Vergata a Roma. “La psichiatria nasce storicamente come disciplina chiamata a interrogare e spiegare la follia, cioè quelle forme di sofferenza mentale che, per la loro intensità e peculiarità, non trovavano spazio in altri ambiti della medicina. Nel tempo, però, il suo campo di interesse si è progressivamente ampliato, fino a comprendere l’intero spettro dei disturbi psichici e delle condizioni di disagio mentale, occupandosi non solo delle manifestazioni più gravi e marginali, ma anche delle difficoltà emotive, relazionali e comportamentali che riguardano la vita di molte persone. Il mio range di interesse specialistico riguarda soprattutto l’autismo negli adolescenti e negli adulti, ma seguo pazienti affetti da tutti gli altri disturbi mentali”, racconta.
Fernando ha poco più di trent’anni e l’ingresso nella professione di psichiatra è avvenuto in un momento in cui il supporto della tecnologia era già molto radicato nella medicina. “Cartelle informatizzate e sistemi automatici nella refertazione erano già prassi consolidate quando ho iniziato a esercitare. Anche per questo motivo sono sempre stato convinto che l’innovazione debba essere completamente integrata, penso soprattutto alla fase di studio e di ricerca nelle neuroscienze, laddove non ci siano ancora risultati clinici apprezzabili. In particolare la tecnologia in psichiatria può essere fondamentale nel coadiuvare gli studi di risonanza magnetica funzionale che ndagano i correlati dei disturbi a carico del pensiero. È proprio su questo fronte che si crea un collegamento tra componente organica (il cervello) e “inorganica” (il pensiero) in grado di spiegare come funzionano i farmaci a livello settoriale, dove agiscono e perché funzionano”.
Quale può essere, in questa delicata ricerca, il ruolo dell’intelligenza artificiale? “L’IA consente di effettuare un’analisi di dati importante ai fini delle correlazioni tra fattori. In Scandinavia, ad esempio, sono già a disposizione milioni di dati raccolti in maniera minuziosa, sia tra i pazienti che nella popolazione sana. Analizzare una mole di informazioni del genere può essere sfidante e l’IA ci consente di farlo, dimostrando o confutando le intuizioni”.
Che cosa è cambiato nel suo uso dell’IA prima di addentrarsi nei materiali de “Il Futuro della Cura”? “Ho da poco concluso il percorso e ho iniziato a usare i tool in maniera più estesa, ad esempio per consultare linee guida diverse e da fonti verificate. L’IA mi aiuta nello studio dei farmaci: come interagiscono con gli altri farmaci, soprattutto nel caso di medicine più recenti, ricevo un grosso supporto anche nella scrittura. È molto più veloce e facile formulare i referti in base al destinatario (dal paziente al collega) e dare una forma grafica più gradevole e funzionale”.
Tutto è risultato estremamente fruibile: “i contenuti del Futuro della Cura sono esposti in maniera chiara, gli aspetti chiave ben sottolineati e analizzati in maniera completa, da più punti di vista. Ho apprezzato la modularità e la possibilità di rivedere i video, come pure gli esempi e i casi d’uso”.
Aderire a un percorso così strutturato sollecita tanti approfondimenti: “ho riflettuto meglio sul tema della privacy, bisogna avere sempre la massima cura nell’usare tutte le informazioni in anonimo perché non si ha l’autorizzazione del paziente. Inoltre, è importante sempre ricordare che, nel valutare gli output dell’IA, non si deve abdicare alla responsabilità del referto. Qualsiasi sia il risultato di una ricerca IA, è il medico che firma la diagnosi! Inoltre, l’attenzione alle analisi restituite deve essere sempre forte: quante informazioni vengono saltate a piè pari senza reale motivo!”
Diverse, infine, le riflessioni sul rapporto medico-paziente. “Da una parte, grazie a questi tool, si riduce molto il tempo impiegato nella parte compilativa rispetto alla parte clinica, e la relazione con le persone che abbiamo davanti guadagna più spazio. Pensiamo infatti che compilare una cartella sia molto impegnativo, perché ha valore legale. Dall’altra parte, è importante riscoprire il ruolo che noi dottori avevamo prima dell’avvento della rete: riaffermare la relazione terapeutica, essere colui o colei che interpreta i risultati delle analisi, chiarire i dubbi e le domande. Oggi tutti i pazienti vengono da noi convinti di conoscere già la propria diagnosi. E allora non dobbiamo avere paura di mettere in dubbio l’algoritmo, ma traghettare la persona attraverso le risposte dell’IA, interpretandole, mediandole. Nel mio campo questo processo è ancora più delicato. Pensando ai miei pazienti, sono consapevole di dover lavorare con grande attenzione per non incrinare il rapporto terapeutico. Tutti vogliono mettere un’etichetta al proprio problema e l’IA dà risposte immediate, senza soppesare davvero il caso clinico che si trova davanti che ha sempre una sua intrinseca singolarità e unicità”.