Alla RomeCup 2026 Paolo Dario difende il valore della scuola italiana
“Il nostro sistema scolastico, il nostro sistema educativo, continua a essere forse il migliore al mondo”. Con queste parole Paolo Dario, professore emerito alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e fondatore dell’Istituto di BioRobotica, ha aperto il suo intervento alla RomeCup 2026, durante la sessione inaugurale dedicata alle imprese ad alto contenuto tecnologico che creano occupazione e nuove opportunità per i giovani.
Una dichiarazione netta, volutamente controcorrente rispetto a molte narrazioni sulla scuola italiana, spesso descritta solo attraverso le sue fragilità. Per Dario, invece, il valore del sistema educativo nazionale si misura dal “prodotto finale”: studentesse, studenti, laureati, dottori di ricerca e giovani ricercatori che, anche all’estero, vengono riconosciuti per la qualità della loro preparazione.
Il punto di forza, ha spiegato, è una formazione di base ampia e interdisciplinare, che non separa conoscenze scientifiche e tecniche da cultura umanistica, storia, geografia, psicologia, scienze sociali. Una preparazione che aiuta a leggere la complessità del mondo contemporaneo e che, proprio nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della robotica, diventa ancora più preziosa.
“Per capire un mondo complesso come il nostro bisogna avere una visione olistica, di insieme”, ha ricordato Dario. Non basta conoscere le macchine: occorre capire come sono fatte le persone, come ragionano, quali sono le culture, le tradizioni, i conflitti, i contesti in cui le tecnologie vengono sviluppate e utilizzate.
È questa, secondo Dario, la ricchezza che la scuola italiana consegna ai giovani: una preparazione solida, capace di integrare saperi diversi e di sviluppare pensiero critico. Una risorsa di cui ragazze e ragazzi devono diventare più consapevoli. Anche perché, ha sottolineato, proprio questa qualità è molto apprezzata all’estero: “Ci portano via i migliori studenti, ma non soltanto i migliori. Anche quelli normali. Non è necessario essere supereroi della scuola per avere successo. Basta una buona preparazione, quella che la nostra scuola dà”.
Da qui nasce la sfida più urgente: valorizzare questo patrimonio a vantaggio dei giovani e del Paese. Per Dario non si tratta solo di trattenere talenti, ma di creare le condizioni perché possano esprimersi, costruire imprese, generare innovazione, contribuire allo sviluppo economico e sociale dell’Italia. La creazione di startup e spin-off, un tempo quasi impensabile dentro il mondo universitario, è oggi una strada riconosciuta e necessaria per trasformare conoscenze scientifiche, tecnologiche, umanistiche e sociali in nuove opportunità.
Nel suo intervento, Dario ha poi richiamato Dante e il canto XXVI dell’Inferno, ricordando il verso di Ulisse: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Due parole, virtù e conoscenza, che per il professore restano decisive anche oggi, “ancor più che 700 anni fa”.
La conoscenza, ha spiegato, significa non accontentarsi di usare strumenti e piattaforme senza sapere che cosa contengono, come funzionano, dove finiscono i dati, chi trae vantaggio dalle tecnologie che utilizziamo. La virtù richiama invece la dimensione dei principi, dei valori, della responsabilità. Perché robot e intelligenza artificiale “non vengono da Marte”: sono costruiti dagli esseri umani, e proprio per questo gli esseri umani devono esserne protagonisti consapevoli.
Il messaggio rivolto ai giovani della RomeCup è quindi un invito all’ambizione e alla responsabilità: non limitarsi a cercare altrove le opportunità, ma chiedersi quale contributo ciascuno possa lasciare a chi verrà dopo. “Non si capisce perché uno non debba essere protagonista a Roma e possa esserlo a San Francisco”, ha affermato Dario, richiamando la necessità di costruire intorno ai talenti un ecosistema capace di riconoscerli, sostenerli e farli crescere.
Nel tempo dell’intelligenza artificiale, della robotica e dei sistemi autonomi, il valore della scuola italiana sta nel dare ai giovani strumenti per interrogare il futuro: conoscenza tecnica, cultura umanistica, senso critico, principi e responsabilità. È questa, per Dario, la base da cui partire per non subire l’innovazione, ma orientarla.