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Prendere posizione con la tecnologia

Suburb View: l'esperienza dei liceali romani con l'artista Giacomo Lion

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Suburb View: l'esperienza dei liceali romani con l'artista Giacomo Lion

Giacomo Lion è un progettista creativo che declina la sua arte attraverso diversi media. È un autore visivo, un interior designer e un consulente per la comunicazione e l’identità. Oggi, dopo aver esplorato per oltre 15 anni i diversi territori della creatività lavorando con agenzie, terzo settore, scuole e tessuto produttivo, dice di sé: “disegno visioni, creo forme, cerco il senso”.

A lui il compito di guidare, senza orientare troppo, il lavoro dei giovani del liceo artistico Confalonieri De Chirico di Roma per il progetto Suburb View. Il risultato finale è un video che celebra i 25 anni della Fondazione Mondo Digitale, un’opera creativa in grado di interpretare la storia in maniera dinamica e partecipata. Ecco come ci ha raccontato il processo di ideazione, che si è rivelato una straordinaria occasione per immaginare lo spazio e il tempo in maniera diversa. I ragazzi si sono sentiti davvero i protagonisti di un racconto che è esposto dal 25 maggio al 14 giugno sui wall della loro città [vedi la notizia Visioni urbane per il diritto alla conoscenza].

Qual è la nuova visione di spazio urbano e di comunità che è emersa attraverso il lavoro con i ragazzi e i cittadini coinvolti?
Quello che è emerso è che lo spazio urbano non è solo un luogo da attraversare, ma un luogo da leggere, interpretare e trasformare. Con i ragazzi è venuta fuori una visione della città molto meno rigida: la scuola, il quartiere, le strade, i luoghi quotidiani non sono stati percepiti solo come spazi fisici, ma come contenitori di storie, relazioni, memorie e possibilità. 
La cosa interessante è che, attraverso il lavoro creativo, i ragazzi hanno iniziato a guardare il territorio non come qualcosa di già dato, ma come qualcosa su cui poter intervenire. Anche con piccoli gesti: un’immagine, un video, un racconto digitale, una reinterpretazione visiva. Per me questa è la parte più forte del progetto: far capire che una comunità non si costruisce solo con le infrastrutture, ma anche con la capacità delle persone di riconoscersi in uno spazio, raccontarlo e immaginarlo diverso.

Quali sono state le sfide tecniche o creative più grandi che hai visto affrontare e superare dai partecipanti durante i laboratori?
La sfida più grande non è stata solo tecnica. Certo, c’erano strumenti digitali, linguaggi visivi, immagini, video, possibilità legate all’intelligenza artificiale e alla produzione digitale. Ma il vero passaggio è stato mentale. Molti ragazzi all’inizio tendono a pensare: “Io non so disegnare”, “Io non so montare”, “Io non sono creativo”, “La tecnologia la uso, ma non la so costruire”. La sfida è stata portarli fuori da questa posizione passiva. 
Hanno dovuto imparare a trasformare un’idea confusa in una forma: scegliere cosa raccontare, cosa togliere, cosa mettere in evidenza, come usare uno strumento digitale senza farsi comandare dallo strumento. La cosa bella è che, quando hanno capito che la tecnologia non chiedeva perfezione ma direzione, hanno iniziato a sbloccarsi. Hanno superato la paura dell’errore e hanno iniziato a usare gli strumenti per costruire qualcosa di loro.

Come avete integrato l’uso degli strumenti digitali con la narrazione del territorio? In che modo la tecnologia è diventata un “ponte” e non una barriera?
L’idea di base era non partire dalla tecnologia come effetto speciale. Non volevamo fare “digitale” per il gusto di farlo. Siamo partiti dal territorio, dalle storie, dagli sguardi dei ragazzi, dai luoghi che vivono tutti i giorni. Gli strumenti digitali sono arrivati dopo, come mezzi per amplificare quelle storie. Una foto, un’immagine generata, un video, una trasformazione grafica, una narrazione visiva: tutto serviva a dare una forma nuova a qualcosa che già apparteneva ai ragazzi e alla comunità. 
La tecnologia è diventata un ponte perché ha permesso di collegare generazioni, linguaggi e punti di vista diversi. I ragazzi hanno potuto raccontare l'idea con strumenti vicini al loro mondo, mentre gli adulti hanno potuto vedere quegli stessi concetti attraverso occhi nuovi. Per me il punto è questo: la tecnologia diventa una barriera quando sostituisce l’esperienza. Diventa un ponte quando aiuta a raccontarla meglio.

Spesso gli adulti descrivono i giovani come fruitori passivi di tecnologia. Qui, invece, sono diventati creatori. Qual è stata l’idea o la proposta più sorprendente emerse dai ragazzi?
La cosa più sorprendente è stata vedere quanto velocemente i ragazzi riescano a cambiare ruolo quando gli dai fiducia. Spesso li immaginiamo come utenti passivi: scrollano, guardano, consumano contenuti. In realtà, appena capiscono che possono usare quegli stessi linguaggi per esprimere una loro idea, diventano molto più consapevoli. Più che una singola proposta, mi ha colpito il modo in cui alcuni di loro hanno iniziato a immaginare il progetto come qualcosa di vivo, quasi interattivo. Non solo “racconto una storia”, ma “faccio parlare un idea”, “la trasformo”, “gli do una nuova identità visiva”. 
Questo è molto fuori dagli schemi, perché sposta il ragazzo da spettatore a regista. Non usa più il digitale per evadere dal territorio, ma per entrarci dentro con uno sguardo nuovo. Ed è qui che secondo me il progetto funziona davvero: quando un ragazzo non produce semplicemente un contenuto, ma capisce che può prendere posizione sul mondo che ha intorno.

Intervista di Onelia Onorati, ufficio stampa della Fondazione Mondo Digitale.

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