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Voci e volti dei docenti della scuola del noi

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Voci e volti dei docenti della scuola del noi

Daniela Pieraccini: la comunità restituisce ai docenti la dignità di essere autori

In questa nuova puntata di Voci e volti dei Docenti della Scuola del Noi ospitiamo la testimonianza di Daniela Pieraccini, docente di Tecnologia e formatrice specializzata in didattica digitale, robotica, Stem e metodologie attive. Nelle sue parole la comunità appare come uno spazio di ricerca applicata alla didattica, in cui il confronto tra pari non serve solo a scambiare strumenti ed esperienze, ma a costruire insieme contesti di apprendimento più inclusivi, creativi e orientanti. La sua riflessione mette al centro un’idea forte di innovazione: non qualcosa che discende dall’alto, ma un processo che può nascere nelle classi, crescere attraverso la condivisione e trasformarsi in pratica comune. In questo orizzonte, la Scuola del Noi restituisce ai docenti la possibilità di essere autori, capaci di immaginare, sperimentare, documentare e ripensare il proprio lavoro, affrontando temi complessi come intelligenza artificiale, etica e cittadinanza digitale con maggiore consapevolezza e responsabilità.

Quale bisogno professionale o personale ti ha spinto ad entrare nella comunità dei docenti della Scuola del Noi?
La spinta è stata la necessità di trovare docenti affini a me. Vengo dal mondo della ricerca, e lì ho imparato che nulla di davvero significativo si costruisce da soli: il lavoro in team, il confronto costante, la revisione reciproca delle idee, per me sono un'attitudine prima ancora che un metodo. Quando sono entrata nella scuola, quella dimensione mi mancava terribilmente. Ero sempre alla ricerca di colleghi capaci di offrire ai ragazzi sfide di apprendimento entusiasmanti e inclusive, ma mi mancava un contesto strutturato per farlo insieme ad altri. Nella comunità dei Docenti della scuola del noi ho trovato esattamente questo: un ambiente che funziona come un gruppo di ricerca applicato alla didattica, dove si progetta, si sperimenta, si condividono risultati e si riparte da lì. È stato un po' come tornare a casa.

In che modo partecipare alla comunità ha cambiato il tuo modo di guardare al tuo ruolo di docente?
Mi ha fatto capire una cosa fondamentale: che progettare un’attività significativa è costruire un contesto dove ogni ragazzo possa scoprire qualcosa di sé. È cambiata la domanda che mi faccio prima di ogni percorso: non più "cosa voglio insegnare oggi" ma "cosa permetterò loro di scoprire oggi". Sembra una sfumatura, ma per me ha cambiato tutto. E poi c'è un altro aspetto, forse ancora più prezioso: il confronto con docenti di altre scuole, di altre regioni, con storie e contesti completamente diversi dal mio. Prima ragionavo solo dentro i confini della mia scuola. Nella comunità ho scoperto punti di vista che da sola non avrei mai incontrato: un collega in Sicilia che affronta l'inclusione con risorse diversissime dalle mie, una collega al Nord con un approccio alla robotica che non avevo mai considerato. Eppure, nonostante le distanze e i contesti così diversi, ho trovato docenti mossi tutti dallo stesso intento: realizzare esperienze formative che fossero davvero orientanti e motivanti per i ragazzi. Ho trovato insomma una comunità di dialogo sempre aperta, che per me è diventata una fonte di ispirazione continua.

Qual è, secondo te, l’obiettivo più importante della Scuola del Noi?
Dimostrare che l'innovazione può nascere dal basso. Non deve arrivare per forza da un ministero, da una riforma o da un grande editore. Può nascere in un'aula con una scheda programmabile, un pc e tanta fantasia, e poi diventare qualcosa che altri colleghi, in un'altra regione, riprendono e fanno loro. Questo per me è il cuore del progetto. Ma c'è anche un secondo livello, che forse mi sta ancora più a cuore visto da dove vengo: la spirale dell'apprendimento creativo di Resnick, “Immagina, crea, gioca, condividi, rifletti…” Di solito la applichiamo ai ragazzi quando lavorano a un progetto. Ecco, nella Scuola del Noi ho visto quella stessa spirale applicata a noi docenti, nella progettazione delle attività: immaginiamo un percorso, lo creiamo, lo "giochiamo" sperimentandolo in classe, lo condividiamo con la comunità, ci riflettiamo sopra insieme, e da lì nasce l'immaginazione per il ciclo successivo, magari nella classe di un collega a mille chilometri di distanza. Non è più solo lo studente a essere dentro un processo creativo iterativo, lo siamo anche noi come progettisti didattici. E per me questo è un obiettivo enorme: aver reso il docente stesso protagonista di quella spirale, non solo chi la propone agli altri. E poi, non lo sottovaluterei mai: restituire ai docenti la dignità di essere autori. Non solo esecutori di programmi ministeriali, ma persone capaci di immaginare, sperimentare, sbagliare e ripartire, proprio come chiediamo ai nostri ragazzi di fare. Se dovessi indicare l'obiettivo più profondo della Scuola del Noi, direi che è questo: far sentire ogni docente parte di una comunità che pratica su di sé lo stesso metodo che insegna.

In che modo il progetto ti aiuta a preparare i tuoi studenti al presente, non solo al futuro?
Questa cosa del "prepararli al futuro" un po' mi fa sorridere, perché i miei ragazzi il futuro ce l'hanno già in mano, letteralmente, con lo smartphone. Usano l'intelligenza artificiale, chattano con assistenti virtuali, spesso senza nessuna consapevolezza critica. Nei laboratori che organizzo cerco di partire da lì: cosa stai già usando? Come funziona davvero? Cosa può sbagliare? È un lavoro sul presente, ma che sicuramente li aiuterà ad essere più competenti nel loro futuro

Hai modificato una pratica didattica grazie alla comunità? 
Più che parlare di un vero cambiamento, direi che la comunità ha consolidato in me una convinzione che già avevo, ma che rischiavo di perdere nella corsa quotidiana delle lezioni: quanto conti il processo, il percorso di apprendimento, non solo il prodotto finale. Nella scuola c'è sempre la tentazione di misurare il successo di un'attività dal risultato, come il robot che funziona, il codice che gira senza errori. Confrontandomi con altri colleghi della comunità ho ritrovato conferma che il vero apprendimento sta altrove: nel momento in cui i ragazzi raccontano il percorso, dove hanno sbagliato, cosa hanno cambiato, cosa rifarebbero diversamente. Quella narrazione del processo, per me, oggi ha lo stesso peso didattico del prodotto finito, se non di più. E sapere che altri docenti, in contesti diversissimi dal mio, erano arrivati alla stessa convinzione mi ha dato la sicurezza per non trattarla più come un "di più" da tagliare quando manca il tempo, ma come parte integrante e non negoziabile di ogni attività 

Quanto conta poter condividere dubbi e sperimentazioni con altri docenti?
Per me è quasi una necessità fisiologica, se devo essere onesta. Nella ricerca non lavori mai da sola: un'ipotesi la metti alla prova del gruppo, un dato lo fai leggere a qualcun altro prima di fidartene. Nella scuola, invece, capita spesso di lavorare in un isolamento quasi assurdo, senza nessuna verifica esterna. Nella comunità ho ritrovato quel meccanismo: un dubbio che condivido con altri colleghi diventa una domanda di lavoro comune, non resta un'ansia privata. E soprattutto, uno sbaglio in un percorso didattico non è un fallimento personale, è un dato, e come tale va analizzato e messo a disposizione degli altri.

Ti senti più preparato ad affrontare temi complessi come IA, digitale, cittadinanza?
Preparata forse è una parola che uso con cautela, perché l'IA cambia talmente in fretta che chiunque dica di essere "pronto" al cento per cento probabilmente non ha capito la portata del fenomeno. Detto questo, sarei disonesta se mi definissi impreparata: sono formatrice in percorsi come Ital.IA Lab for School e Vivi Internet al meglio, ho portato il mio lavoro al MIT e a conferenze nazionali come Meet School, quindi un bagaglio di competenze, in questi anni, l'ho costruito, e non da sola davanti a un libro, ma sul campo. 
Quello che la comunità mi ha dato non è tanto la preparazione tecnica, quella la costruisco anche attraverso la formazione e la ricerca personale. Mi ha dato un metodo replicabile: sperimento nei miei laboratori, prestando sempre attenzione a etica e inclusione, documento cosa funziona e cosa no, condivido i risultati con la comunità, e da lì correggo il tiro, non una volta sola, ma in cicli continui, finché non arrivo a strategie che reggono davvero alla prova della classe e che posso a mia volta mettere a disposizione di altri docenti, magari proprio nei percorsi di formazione che tengo. È un approccio quasi da laboratorio di ricerca applicato alla scuola, e questo è quello che mi toglie l'ansia di fronte alle novità.

Che tipo di scuola vuoi contribuire a costruire?
Una scuola senza confini, in tutti i sensi. Confini tra le discipline, che nella vita reale non esistono: Confini tra chi "sa già fare" e chi ha bisogno di più tempo. Per me l'inclusione vera nasce proprio quando la tecnologia diventa uno strumento che apre le porte, non che le chiude a qualcuno. Mi viene sempre in mente l’idea Seymour Papert e Mitchel Resnik sulla tecnologia educativa, che dovrebbe avere "pavimenti bassi, soffitti alti e pareti larghe": bassi, perché chiunque deve poter iniziare, anche chi parte da zero; alti, perché chi vuole spingersi oltre deve poter arrivare lontano; larghe, perché ognuno deve trovare il proprio percorso, i propri tempi, il proprio modo di esprimersi. Ecco, è esattamente questo che cerco in ogni attività che progetto. E poi confini tra scuola e territorio: i percorsi migliori nascono sempre quando i ragazzi vedono che quello che fanno serve a qualcosa, fuori dalla classe. 

Che responsabilità senti oggi come docente nell’era dell’IA?
Sento la responsabilità di essere una guida critica. Non quella che demonizza la tecnologia e nemmeno quella che la usa acriticamente. I ragazzi useranno l'IA comunque, con o senza di me. Il mio compito è insegnare loro a farsi domande, a riconoscere i limiti di questi strumenti, a diventarne padroni e non fruitori passivi, a non delegare il pensiero. È una responsabilità che sento profondamente etica, prima ancora che didattica.

Se la Scuola del Noi non esistesse, cosa mancherebbe nel tuo percorso?
Mancherebbe la conferma che il mio lavoro ha un senso oltre le mura della mia aula. Da sola potevo pensare "faccio cose carine coi miei ragazzi", ma isolate. Nella comunità ho scoperto che quello che faccio fa parte di un movimento più grande, e questa cosa mi dà una motivazione che da sola, onestamente, non avrei trovato.

Cosa diresti a un docente che pensa di “non avere tempo” per entrare in una comunità?
Gli direi che il tempo che investi nella comunità non è tempo sottratto alla classe, torna indietro moltiplicato. Ogni idea che prendo da un collega mi fa risparmiare ore di progettazione in solitaria per i miei laboratori. Non è un impegno in più da aggiungere alla giornata, è un modo più intelligente di lavorare quello che già fai.

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